come nasce un velista
Redazione RED

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Come nasce un Contenderista

Dal diario di Enrico Pellegrini
La prima volta che sono uscito in Contender avevo dodici anni. Sul lago c’era una leggera brezza, stava entrando la Breva, e io, tutto steso a trapezio, volavo sull’acqua, ……….o almeno questo è il mio ricordo!
Oggi riguardo la foto che mio padre mi scattò dalla barca a remi (…..io volavo sull’acqua e lui mi seguiva in barca a remi(!?) Mhh…..…), in primo piano la barca, con quella prua così imperiosa che taglia l’acqua come un coltello affilato, poi io, scalzo, a trapezio nel vano tentativo di tenere dritto un contender con soli 45 kg di peso e dietro, sullo sfondo, le montagne del lago di Como sulle quali si arrampica il paese di Musso. Là, dove si vede un prato esteso, oggi , a distanza di quarantacinque anni, sorge la casa in cui trascorro le vacanze con i miei figli.
Rigirando quella foto tra le mani penso come sia buffo il destino per cui 30 anni dopo mi ritrovai a solcare le stesse acque, sullo stesso tipo di barca e riprovare le stesse emozioni di allora! Infatti dopo quella fatidica uscita nel 1975 non salii più sul Contender. Fu solo molti anni dopo (….e nel secondo millennio) che grazie all’insistenza di Mario Mambro potei ritrovare la gioia di cavalcare un Contender.
Ma come successe che un bambino di 12 anni salì su un Contender e si mise a veleggiare tutto solo per il lago di Como? ……è una storia lunga (ma neanche troppo), avvincente, per certi versi divertente, a volte triste a volte allegra. E’ la storia della mia iniziazione alla vita ed alla vela.
Come tutte le storie che si rispettino essa si radica in tempi remoti, quando ancora nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto. Mio papà era un ragazzo di circa 15-16 anni. Con la famiglia si era trasferito dopo la seconda guerra mondiale sul lago di Como, a Musso. Nonno Enrico lavorava in banca a Bergamo e l’unico modo per arrivarci era col treno che passava sull’altra sponda del lago. Così al mio babbo toccava fare il traghettatore tutte le mattine e tutte le sere con la barca a remi. Musso-Dorio, andata e ritorno. Chi ha dimestichezza col lago di Como sa che la distanza non è cortissima e, se ci si aggiunge la variante vento e pioggia, la cosa non doveva essere il massimo del divertimento. I pescatori del lago, ormai abituati a quell’insolita compagnia, gli suggerirono di attrezzarsi come loro con una vela. E così fu. Nonno Enrico gli acquistò un Beccaccino, la sua prima barca a vela.
Ora riprendo in mano la vecchia fotografia e la osservo con attenzione. Noto la posizione e l’angolo da cui fu scattata nel 1975 e penso che circa 30 anni prima mio padre, sul suo Beccaccino navigava con la stessa andatura da Musso verso Dorio! Per una strana coincidenza la storia si ripete ogni trent’anni.
La passione per la navigazione a vela si impossessò subito di mio padre (assieme al sollievo di non dover più spaccarsi la schiena remando per 12 km al giorno!), e non lo abbandonò mai più, tanto che oggi ancora arde forte nel suo animo. E di qui, come si suol dire, di padre in figlio……
La mia, fortunatamente, non fu una necessità. Nessuno mi obbligò a remare per ore su un guscio di noce, ma la passione, si sa, fa fare cose avventate…….
Al tempo della mia prima uscita in barca a vela vivevamo nel Perù, bagnato dall’oceano Pacifico, che tanto pacifico non è. Qual felicità maggiore può possedere un padre se non quella di poter dividere le sue passioni con il proprio figlio? ….. ora, …..forse, …..lo comprendo. Ma allora avevo solo 5 anni! Papà’ aveva un Sunfish, una specie di tavola a vela molto diffusa sull’oceano perché era in grado di passare indenne i frangenti. Mi avvolse tutto dentro un salvagente e mi portò con lui a fare una regata. Io me ne stavo tutto accucciato nel pozzetto (che era ancora più piccolo di quello di un laser, n.d.r) impressionato dalla vista di quelle montagne d’acqua che ci passavano a fianco. Ad un certo punto un’onda ci franse addosso, spazzando tutta la coperta e riempiendo completamente il pozzetto. La cosa era normale, per una tavola a vela, ma non per un bimbo di 5 anni! Nella mia fantasia si stava ripetendo il dramma dell’affondamento del Titanic. Mi alzai in piedi, con un balzo fui sulla murata, e con fare solenne urlai rivolto a mio padre: “Mi butto!!”. Quello fece giusto a tempo a riprendermi per la collottola e rificcarmi dentro il pozzetto prima che si consumasse una tragedia famigliare.
Non ricordo se l’esperienza mi procurò insonnie o incubi notturni. Fortunatamente a 40 anni suonati posso dire che il mare mi appassiona tantissimo in tutti i suoi aspetti, ed in particolare le onde.
La mia attività velica ebbe però inizio a 8 anni. Papà, rientrato in Italia, si era comprato un Contender e con la famiglia si era ristabilito a Musso, sul lago di Como. Io e i miei fratelli a terra gli ronzavamo intorno , lo aiutavamo a varare la barca e a recuperare i salsicciotti (a quel tempo non c’erano i carrellini di alaggio in alluminio, n.d.r.). e poi ce ne stavamo sulla riva a guardarlo partire. Mentre seguivo la sua scia e lo vedevo allontanarsi, ricordo ben distinta una sensazione di amarezza e di invidia. Io relegato sulla spiaggia, lui libero di vagare per il lago. La passione per la navigazione stava già impossessandosi di me!
Papà lo notò e mi fece un regalo bellissimo! Mi comprò un Optimist. …….in scatola di montaggio …. proveniente dall’Inghilterra ……con le istruzioni in inglese. Quando il gigantesco scatolone bianco arrivò a casa e papà lo aprì in garage ero il bambino più felice del mondo! ….Non sapevo ancora che papà non masticasse bene l’inglese e tanto meno fosse una frana con il “fai-da-te”!! In pochi giorni vidi mio padre completamente trasformato. In quel piccolo garage, lo sentivo dire cose orribili ed irripetibili. Urlava , bestemmiava e prendeva a calci ogni cosa nel tentativo di incollare insieme due pezzi che sistematicamente gli si scollavano dall’altra estremità! Prese in mano la situazione quella santa di mia madre, che invocò l’aiuto del falegname del paese e così nel giro di pochi giorni fu costruito un bellissimo Optimist color verde smeraldo che fu battezzato “Green Rooster” .
Il giorno del varo non lo scorderò mai (……..e come potrei?)!
Filippo era davvero un bravo falegname e costruiva dei bellissimi mobili. Anche la mia barca era bellissima, perché era stata costruita dal Filippo, bravo falegname, che costruiva mobili bellissimi. Per mia sfortuna, però, i mobili non si facevano con la colla rossa, ma con il vinavil, e quando salii a bordo sul mio bellissimo Optimist per il giro inaugurale notai che l’acqua cominciava a filtrare tra le pareti ed il fondo e che questo si stava aprendo come una vecchia ciabatta. La tragedia del Titanic si stava ripetendo. In pochi minuti il pozzetto era pieno dell’acqua del lago e delle mie lacrime e la mia felicità andava a fondo assieme alla mia bellissima barca! Questa volta venne in soccorso papà che con una fresa elettrica carteggiò tutte le giunzioni dello scafo fino a portarle a legno e le resinò con una fascia di tessuto e con la resina poliestere. Per tutta la sua vita il mio “Green Rooster” portò i segni di quella orribile riparazione che però gli garantì lunga navigazione sul lago di Como. Egli infatti mi accompagnò poco dopo in una delle mie più grandi imprese veliche : l’attraversata del lago in solitario!! (…….all’insaputa dei genitori che non furono molto contenti, n.d.r.).
Non seguii mai un corso di vela. Il mio maestro fu mio padre. Anni prima, mio zio Gianni aveva acquistato il primo 420 importato in Italia. Aveva l’albero in legno. Io avevo dieci anni quando papà gli montò il trapezio e ne insegno l’uso a noi bambini. Ci divertivamo un mondo l’estate sul lago di Como. Con mio papà o con mia sorella maggiore, Giulia, andavo in 420 a trapezio, oppure scorazzavo per il lago sull’Alpa Skip da solo o con Sandra, mia sorella minore.
Un giorno, avevo dodici anni, papà mi fece provare il Contender e mi scattò alcune foto. Fu un giorno indimenticabile!
L’incubo del Titanic si ripresentò in età più avanzata, col contender, ma questa é un’altra storia…..
Enrico il “pelle”
EX-ITA 355
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